BlogObesità: una malattia complessa, non soltanto una questione di peso
Oltre lo stigma, una malattia cronica complessa
Il sovrappeso e l’obesità sono condizioni caratterizzate da un eccesso di grasso corporeo, ma si distinguono per gravità e possibili conseguenze sulla salute.
Per valutarle si utilizza comunemente l’Indice di Massa Corporea (IMC), conosciuto anche con la sigla inglese BMI (Body Mass Index).
Si calcola dividendo il peso, espresso in chilogrammi, per il quadrato dell’altezza, espressa in metri.
Secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), negli adulti si distinguono le seguenti categorie:
Sottopeso: IMC inferiore a 18,5
Normopeso: IMC da 18,5 a meno di 25
Sovrappeso: IMC da 25 a meno di 30
Obesità: IMC pari o superiore a 30
L’IMC è un indicatore utile per una prima valutazione, ma non misura direttamente la quantità di grasso corporeo e non descrive, da solo, lo stato di salute di una persona. Per questo deve essere interpretato dal professionista nel contesto di una valutazione più completa.
L’obesità è uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale. La sua diffusione è aumentata nel tempo e riguarda non soltanto i Paesi occidentali, ma anche quelli a basso e medio reddito.
L’obesità può avere conseguenze importanti sulla salute, perché aumenta il rischio di sviluppare diverse malattie, tra cui il diabete di tipo 2, l’ipertensione arteriosa e la cardiopatia ischemica, una condizione in cui il cuore riceve meno sangue e ossigeno a causa di un restringimento delle arterie coronarie.
Le malattie cardiovascolari rappresentano una delle principali cause di morte nel mondo e il loro legame con l’obesità rende particolarmente importante la prevenzione.
L’obesità è associata anche a un maggiore rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore.
Queste condizioni possono compromettere la qualità della vita e, nei casi più gravi, contribuire a ridurne la durata.
Per molto tempo l’obesità è stata considerata, erroneamente, soltanto il risultato di un’alimentazione scorretta o di una mancanza di forza di volontà.
Oggi sappiamo che è una malattia cronica e multifattoriale, nella quale intervengono diversi fattori biologici, genetici, ambientali e comportamentali.
È anche una condizione che può essere recidivante: questo significa che, anche dopo una perdita di peso, esiste la possibilità di recuperare i chili persi.
Riconoscere la complessità dell’obesità è importante anche per la prevenzione, che deve intervenire su più livelli.
Non si tratta soltanto di prevenire la comparsa dell’obesità, ma anche di ridurre il rischio che si sviluppino malattie associate e, quando queste sono già presenti, limitarne le complicanze e le conseguenze sulla salute.
Le cause dell’obesità: un incontro tra genetica e ambiente
L’obesità non ha un’unica causa. Può svilupparsi attraverso l’interazione di diversi fattori, che influiscono in modo differente da persona a persona.
Fattori genetici e biologici
La predisposizione genetica può influenzare il metabolismo, la regolazione dell’appetito e il modo in cui il grasso corporeo si distribuisce nell’organismo.
Anche gli ormoni svolgono un ruolo importante. La leptina e la grelina, per esempio, partecipano alla regolazione della fame e della sazietà: la prima contribuisce a segnalare al cervello le riserve energetiche dell’organismo, mentre la seconda interviene nei meccanismi che stimolano la fame.
Alterazioni di questi complessi sistemi di regolazione possono rendere più difficile la gestione del peso.
L’ambiente in cui viviamo
Le nostre abitudini sono influenzate anche dall’ambiente che ci circonda.
L’automazione, i lavori sedentari e il tempo trascorso davanti agli schermi possono ridurre le occasioni di movimento. Allo stesso tempo, la grande disponibilità di alimenti molto calorici, spesso ultraprocessati e facilmente accessibili, può favorire un consumo di energia superiore al fabbisogno.
È quello che viene definito ambiente obesogeno: un contesto che può favorire l’aumento di peso, anche senza che ce ne rendiamo pienamente conto.
Fattori psicologici ed emotivi
Stress, ansia, depressione e difficoltà emotive possono influenzare il comportamento alimentare.
Per alcune persone il cibo diventa anche una forma di conforto o un modo per affrontare momenti difficili. Si parla, in questi casi, di alimentazione emotiva (emotional eating).
Questo non significa che chi vive situazioni di stress o disagio psicologico sviluppi necessariamente sovrappeso o obesità, ma che anche la dimensione emotiva può avere un ruolo nel rapporto con il cibo.
Stile di vita e sonno
Dormire poco o male, soprattutto per periodi prolungati, può influenzare i meccanismi che regolano fame e sazietà e rendere più difficile la gestione dell’alimentazione.
Anche la sedentarietà contribuisce, perché riduce il consumo energetico legato al movimento e alle attività quotidiane.
Le conseguenze dell’obesità sulla salute
L’obesità può aumentare il rischio di sviluppare diverse malattie e contribuire a peggiorare condizioni di salute già presenti. Le conseguenze possono riguardare più organi e apparati.
Malattie cardiovascolari
L’obesità è associata a un maggiore rischio di ipertensione arteriosa, cioè pressione del sangue elevata, e di alterazioni dei livelli di colesterolo nel sangue.
Queste condizioni, insieme ad altri fattori di rischio, possono favorire lo sviluppo di malattie cardiovascolari, tra cui infarto e ictus, che possono essere legati anche a un restringimento delle arterie del cuore e di quelle che perfondono il cervello.
Disturbi metabolici e ormonali
Tra le condizioni associate all’obesità vi sono il diabete di tipo 2 e disturbi ormonali e metabolici, tra cui la sindrome metabolica.
Quest’ultima indica la presenza contemporanea di più fattori di rischio, come un aumento della circonferenza addominale, valori elevati della pressione arteriosa e alterazioni della glicemia e dei grassi nel sangue.
L’obesità può inoltre essere associata a problemi di fertilità femminile.
Una revisione della letteratura pubblicata nell’aprile 2017 da Darcy E. Broughton e Kelle H. Moley ha evidenziato che le donne obese hanno maggiori probabilità di presentare disfunzioni ovulatorie a causa di una disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-ovaio. Le donne con sindrome dell’ovaio policistico che sono anche obese mostrano un fenotipo metabolico e riproduttivo più grave. Le donne obese hanno una ridotta fertilità anche in presenza di ciclo mestruale regolare e mostrano risultati peggiori con la fecondazione in vitro. L’obesità sembra influenzare l’ovocita e l’embrione preimpianto, con alterazioni nella formazione del fuso meiotico e nella dinamica mitocondriale. L’eccesso di acidi grassi liberi può avere un effetto tossico sui tessuti riproduttivi, causando danni cellulari e uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Livelli alterati di adipochine, come la leptina, nello stato di obesità possono influenzare la steroidogenesi e avere un impatto diretto sull’embrione in via di sviluppo. Anche l’endometrio è suscettibile, con evidenze di decidualizzazione stromale compromessa nelle donne obese. Ciò potrebbe spiegare la subfertilità dovuta a una ridotta recettività e potrebbe portare ad anomalie placentari, come dimostrato dai tassi più elevati di aborto spontaneo, natimortalità e preeclampsia nella popolazione obesa.
Problemi respiratori
L’obesità può favorire la comparsa delle apnee ostruttive del sonno, caratterizzate da ripetute interruzioni o riduzioni della respirazione durante il riposo notturno.
Nei casi più gravi può essere associata anche alla sindrome da ipoventilazione dell’obesità, una condizione nella quale la respirazione non riesce a eliminare adeguatamente l’anidride carbonica dall’organismo e che può accompagnarsi a sonnolenza diurna, talvolta con addormentamenti involontari.
Problemi alle articolazioni
L’eccesso di peso può aumentare il carico sulle articolazioni, in particolare su ginocchia e anche, e contribuire alla comparsa o al peggioramento dell’artrosi.
Può inoltre associarsi a dolori persistenti che interessano anche la colonna vertebrale, rendendo più difficili i movimenti e alcune attività quotidiane.
Rischio oncologico
L’obesità è associata a un aumento del rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore, tra cui quelli del colon-retto, dell’endometrio e del pancreas, oltre al tumore della mammella dopo la menopausa.
Questo non significa che una persona con obesità svilupperà necessariamente un tumore, ma che l’eccesso di adiposità rappresenta un fattore di rischio per diverse forme tumorali.
Approcci terapeutici
La gestione dell’obesità non si risolve con una dieta drastica seguita autonomamente. Le diete eccessivamente restrittive o difficili da mantenere nel tempo possono contribuire a ripetuti cicli di perdita e recupero del peso, comunemente descritti come effetto “yo-yo”.
L’obesità, essendo una malattia cronica e complessa, richiede un approccio personalizzato, che tenga conto delle condizioni di salute della persona, delle eventuali malattie associate, delle sue abitudini e delle difficoltà che incontra nella gestione del peso.
Le possibilità di trattamento comprendono interventi sull’alimentazione, sull’attività fisica e sui comportamenti quotidiani, con il supporto del medico e, quando necessario, di altri professionisti sanitari. In base alla situazione clinica, possono essere indicati anche trattamenti farmacologici o procedure chirurgiche.
L’obiettivo non è soltanto perdere peso, ma migliorare la salute e favorire il mantenimento dei risultati nel tempo.
Nella mia pratica clinica quotidiana ho osservato come l’obesità possa aumentare il rischio di problematiche cardiovascolari e associarsi a condizioni che, in alcuni pazienti, rendono più complesso il ricorso a determinati trattamenti terapeutici.
Ho potuto constatare, inoltre, che affrontare l’obesità attraverso percorsi appropriati può contribuire a migliorare sensibilmente la qualità della vita. In alcuni pazienti ho osservato una migliore tolleranza allo sforzo fisico, una riduzione della dispnea (affanno durante l’attività fisica) e, quando le condizioni cliniche lo consentivano, anche la possibilità di ridurre alcune terapie farmacologiche per l’ipertensione o il diabete.
Queste esperienze hanno rafforzato una mia convinzione: l’impegno del medico non deve essere rivolto soltanto ad aumentare la durata della vita, ma anche, e soprattutto, a migliorarne la qualità.
Questa attenzione alla qualità della vita richiede percorsi concreti, strutturati e adeguati alla situazione clinica della persona, nei quali il dimagrimento sia parte della cura della salute e non un obiettivo isolato. Tra le possibilità da valutare rientra anche la Kyminasi Diet.
La Kyminasi Diet
La Kyminasi Diet è un programma medico non farmacologico per la gestione del sovrappeso e dell’obesità, che non si limita alla prescrizione di una dieta da seguire a casa.
La Kyminasi Diet segue un programma articolato in diverse fasi, ciascuna con specifiche indicazioni alimentari e dispositivi dedicati. Alimentazione e dispositivi vengono utilizzati insieme, secondo i protocolli Kyminasi e sotto la supervisione del medico.
Il punto di partenza è la persona: la sua situazione, le sue abitudini alimentari e gli obiettivi da raggiungere. Nel corso del programma vengono presi in considerazione anche gli aspetti metabolici e le risposte individuali osservate in relazione ai diversi alimenti.
Non tutti gli alimenti vengono gestiti nello stesso modo per tutta la durata del percorso. I protocolli prevedono infatti la sospensione temporanea di alcuni cibi e la loro successiva reintroduzione, seguendo le indicazioni del medico. L’alimentazione cambia quindi con il passaggio da una fase all’altra, tenendo conto anche di come procede il dimagrimento.
Durante il percorso, il medico effettua controlli periodici per verificare l’andamento e valutare se siano necessari adattamenti del piano alimentare, sempre in base ai protocolli Kyminasi.
E quando si raggiunge il peso stabilito? Il programma non termina con il dimagrimento. Prosegue con una fase di stabilizzazione, durante la quale si lavora sulla gestione degli alimenti per definire indicazioni adatte al mantenimento del peso raggiunto.
L’attenzione, quindi, non è rivolta soltanto alla perdita di peso, ma anche a ciò che viene dopo: accompagnare la persona verso una gestione dell’alimentazione che tenga conto delle sue caratteristiche e delle risposte osservate durante il programma.
Dott. Antonio Cannizzo, cardiochirurgo abilitato alla somministrazione dei protocolli Kyminasi Diet, segue i pazienti con un approccio attento e personalizzato. Durante la visita valuta la situazione individuale, chiarisce eventuali dubbi e illustra le caratteristiche e le diverse fasi del percorso.
Oltre lo stigma, una malattia cronica complessa
Il sovrappeso e l’obesità sono condizioni caratterizzate da un eccesso di grasso corporeo, ma si distinguono per gravità e possibili conseguenze sulla salute.
Per valutarle si utilizza comunemente l’Indice di Massa Corporea (IMC), conosciuto anche con la sigla inglese BMI (Body Mass Index).
Si calcola dividendo il peso, espresso in chilogrammi, per il quadrato dell’altezza, espressa in metri.
Secondo la classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), negli adulti si distinguono le seguenti categorie:
L’IMC è un indicatore utile per una prima valutazione, ma non misura direttamente la quantità di grasso corporeo e non descrive, da solo, lo stato di salute di una persona. Per questo deve essere interpretato dal professionista nel contesto di una valutazione più completa.
L’obesità è uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale. La sua diffusione è aumentata nel tempo e riguarda non soltanto i Paesi occidentali, ma anche quelli a basso e medio reddito.
L’obesità può avere conseguenze importanti sulla salute, perché aumenta il rischio di sviluppare diverse malattie, tra cui il diabete di tipo 2, l’ipertensione arteriosa e la cardiopatia ischemica, una condizione in cui il cuore riceve meno sangue e ossigeno a causa di un restringimento delle arterie coronarie.
Le malattie cardiovascolari rappresentano una delle principali cause di morte nel mondo e il loro legame con l’obesità rende particolarmente importante la prevenzione.
L’obesità è associata anche a un maggiore rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore.
Queste condizioni possono compromettere la qualità della vita e, nei casi più gravi, contribuire a ridurne la durata.
Per molto tempo l’obesità è stata considerata, erroneamente, soltanto il risultato di un’alimentazione scorretta o di una mancanza di forza di volontà.
Oggi sappiamo che è una malattia cronica e multifattoriale, nella quale intervengono diversi fattori biologici, genetici, ambientali e comportamentali.
È anche una condizione che può essere recidivante: questo significa che, anche dopo una perdita di peso, esiste la possibilità di recuperare i chili persi.
Riconoscere la complessità dell’obesità è importante anche per la prevenzione, che deve intervenire su più livelli.
Non si tratta soltanto di prevenire la comparsa dell’obesità, ma anche di ridurre il rischio che si sviluppino malattie associate e, quando queste sono già presenti, limitarne le complicanze e le conseguenze sulla salute.
Le cause dell’obesità: un incontro tra genetica e ambiente
L’obesità non ha un’unica causa. Può svilupparsi attraverso l’interazione di diversi fattori, che influiscono in modo differente da persona a persona.
Fattori genetici e biologici
La predisposizione genetica può influenzare il metabolismo, la regolazione dell’appetito e il modo in cui il grasso corporeo si distribuisce nell’organismo.
Anche gli ormoni svolgono un ruolo importante. La leptina e la grelina, per esempio, partecipano alla regolazione della fame e della sazietà: la prima contribuisce a segnalare al cervello le riserve energetiche dell’organismo, mentre la seconda interviene nei meccanismi che stimolano la fame.
Alterazioni di questi complessi sistemi di regolazione possono rendere più difficile la gestione del peso.
L’ambiente in cui viviamo
Le nostre abitudini sono influenzate anche dall’ambiente che ci circonda.
L’automazione, i lavori sedentari e il tempo trascorso davanti agli schermi possono ridurre le occasioni di movimento. Allo stesso tempo, la grande disponibilità di alimenti molto calorici, spesso ultraprocessati e facilmente accessibili, può favorire un consumo di energia superiore al fabbisogno.
È quello che viene definito ambiente obesogeno: un contesto che può favorire l’aumento di peso, anche senza che ce ne rendiamo pienamente conto.
Fattori psicologici ed emotivi
Stress, ansia, depressione e difficoltà emotive possono influenzare il comportamento alimentare.
Per alcune persone il cibo diventa anche una forma di conforto o un modo per affrontare momenti difficili. Si parla, in questi casi, di alimentazione emotiva (emotional eating).
Questo non significa che chi vive situazioni di stress o disagio psicologico sviluppi necessariamente sovrappeso o obesità, ma che anche la dimensione emotiva può avere un ruolo nel rapporto con il cibo.
Stile di vita e sonno
Dormire poco o male, soprattutto per periodi prolungati, può influenzare i meccanismi che regolano fame e sazietà e rendere più difficile la gestione dell’alimentazione.
Anche la sedentarietà contribuisce, perché riduce il consumo energetico legato al movimento e alle attività quotidiane.
Le conseguenze dell’obesità sulla salute
L’obesità può aumentare il rischio di sviluppare diverse malattie e contribuire a peggiorare condizioni di salute già presenti. Le conseguenze possono riguardare più organi e apparati.
Malattie cardiovascolari
L’obesità è associata a un maggiore rischio di ipertensione arteriosa, cioè pressione del sangue elevata, e di alterazioni dei livelli di colesterolo nel sangue.
Queste condizioni, insieme ad altri fattori di rischio, possono favorire lo sviluppo di malattie cardiovascolari, tra cui infarto e ictus, che possono essere legati anche a un restringimento delle arterie del cuore e di quelle che perfondono il cervello.
Disturbi metabolici e ormonali
Tra le condizioni associate all’obesità vi sono il diabete di tipo 2 e disturbi ormonali e metabolici, tra cui la sindrome metabolica.
Quest’ultima indica la presenza contemporanea di più fattori di rischio, come un aumento della circonferenza addominale, valori elevati della pressione arteriosa e alterazioni della glicemia e dei grassi nel sangue.
L’obesità può inoltre essere associata a problemi di fertilità femminile.
Una revisione della letteratura pubblicata nell’aprile 2017 da Darcy E. Broughton e Kelle H. Moley ha evidenziato che le donne obese hanno maggiori probabilità di presentare disfunzioni ovulatorie a causa di una disregolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-ovaio. Le donne con sindrome dell’ovaio policistico che sono anche obese mostrano un fenotipo metabolico e riproduttivo più grave. Le donne obese hanno una ridotta fertilità anche in presenza di ciclo mestruale regolare e mostrano risultati peggiori con la fecondazione in vitro. L’obesità sembra influenzare l’ovocita e l’embrione preimpianto, con alterazioni nella formazione del fuso meiotico e nella dinamica mitocondriale. L’eccesso di acidi grassi liberi può avere un effetto tossico sui tessuti riproduttivi, causando danni cellulari e uno stato infiammatorio cronico di basso grado. Livelli alterati di adipochine, come la leptina, nello stato di obesità possono influenzare la steroidogenesi e avere un impatto diretto sull’embrione in via di sviluppo. Anche l’endometrio è suscettibile, con evidenze di decidualizzazione stromale compromessa nelle donne obese. Ciò potrebbe spiegare la subfertilità dovuta a una ridotta recettività e potrebbe portare ad anomalie placentari, come dimostrato dai tassi più elevati di aborto spontaneo, natimortalità e preeclampsia nella popolazione obesa.
Problemi respiratori
L’obesità può favorire la comparsa delle apnee ostruttive del sonno, caratterizzate da ripetute interruzioni o riduzioni della respirazione durante il riposo notturno.
Nei casi più gravi può essere associata anche alla sindrome da ipoventilazione dell’obesità, una condizione nella quale la respirazione non riesce a eliminare adeguatamente l’anidride carbonica dall’organismo e che può accompagnarsi a sonnolenza diurna, talvolta con addormentamenti involontari.
Problemi alle articolazioni
L’eccesso di peso può aumentare il carico sulle articolazioni, in particolare su ginocchia e anche, e contribuire alla comparsa o al peggioramento dell’artrosi.
Può inoltre associarsi a dolori persistenti che interessano anche la colonna vertebrale, rendendo più difficili i movimenti e alcune attività quotidiane.
Rischio oncologico
L’obesità è associata a un aumento del rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore, tra cui quelli del colon-retto, dell’endometrio e del pancreas, oltre al tumore della mammella dopo la menopausa.
Questo non significa che una persona con obesità svilupperà necessariamente un tumore, ma che l’eccesso di adiposità rappresenta un fattore di rischio per diverse forme tumorali.
Approcci terapeutici
La gestione dell’obesità non si risolve con una dieta drastica seguita autonomamente. Le diete eccessivamente restrittive o difficili da mantenere nel tempo possono contribuire a ripetuti cicli di perdita e recupero del peso, comunemente descritti come effetto “yo-yo”.
L’obesità, essendo una malattia cronica e complessa, richiede un approccio personalizzato, che tenga conto delle condizioni di salute della persona, delle eventuali malattie associate, delle sue abitudini e delle difficoltà che incontra nella gestione del peso.
Le possibilità di trattamento comprendono interventi sull’alimentazione, sull’attività fisica e sui comportamenti quotidiani, con il supporto del medico e, quando necessario, di altri professionisti sanitari. In base alla situazione clinica, possono essere indicati anche trattamenti farmacologici o procedure chirurgiche.
L’obiettivo non è soltanto perdere peso, ma migliorare la salute e favorire il mantenimento dei risultati nel tempo.
Nella mia pratica clinica quotidiana ho osservato come l’obesità possa aumentare il rischio di problematiche cardiovascolari e associarsi a condizioni che, in alcuni pazienti, rendono più complesso il ricorso a determinati trattamenti terapeutici.
Ho potuto constatare, inoltre, che affrontare l’obesità attraverso percorsi appropriati può contribuire a migliorare sensibilmente la qualità della vita. In alcuni pazienti ho osservato una migliore tolleranza allo sforzo fisico, una riduzione della dispnea (affanno durante l’attività fisica) e, quando le condizioni cliniche lo consentivano, anche la possibilità di ridurre alcune terapie farmacologiche per l’ipertensione o il diabete.
Queste esperienze hanno rafforzato una mia convinzione: l’impegno del medico non deve essere rivolto soltanto ad aumentare la durata della vita, ma anche, e soprattutto, a migliorarne la qualità.
Questa attenzione alla qualità della vita richiede percorsi concreti, strutturati e adeguati alla situazione clinica della persona, nei quali il dimagrimento sia parte della cura della salute e non un obiettivo isolato. Tra le possibilità da valutare rientra anche la Kyminasi Diet.
La Kyminasi Diet
La Kyminasi Diet è un programma medico non farmacologico per la gestione del sovrappeso e dell’obesità, che non si limita alla prescrizione di una dieta da seguire a casa.
La Kyminasi Diet segue un programma articolato in diverse fasi, ciascuna con specifiche indicazioni alimentari e dispositivi dedicati. Alimentazione e dispositivi vengono utilizzati insieme, secondo i protocolli Kyminasi e sotto la supervisione del medico.
Il punto di partenza è la persona: la sua situazione, le sue abitudini alimentari e gli obiettivi da raggiungere. Nel corso del programma vengono presi in considerazione anche gli aspetti metabolici e le risposte individuali osservate in relazione ai diversi alimenti.
Non tutti gli alimenti vengono gestiti nello stesso modo per tutta la durata del percorso. I protocolli prevedono infatti la sospensione temporanea di alcuni cibi e la loro successiva reintroduzione, seguendo le indicazioni del medico. L’alimentazione cambia quindi con il passaggio da una fase all’altra, tenendo conto anche di come procede il dimagrimento.
Durante il percorso, il medico effettua controlli periodici per verificare l’andamento e valutare se siano necessari adattamenti del piano alimentare, sempre in base ai protocolli Kyminasi.
E quando si raggiunge il peso stabilito? Il programma non termina con il dimagrimento. Prosegue con una fase di stabilizzazione, durante la quale si lavora sulla gestione degli alimenti per definire indicazioni adatte al mantenimento del peso raggiunto.
L’attenzione, quindi, non è rivolta soltanto alla perdita di peso, ma anche a ciò che viene dopo: accompagnare la persona verso una gestione dell’alimentazione che tenga conto delle sue caratteristiche e delle risposte osservate durante il programma.
Dott. Antonio Cannizzo, cardiochirurgo abilitato alla somministrazione dei protocolli Kyminasi Diet, segue i pazienti con un approccio attento e personalizzato. Durante la visita valuta la situazione individuale, chiarisce eventuali dubbi e illustra le caratteristiche e le diverse fasi del percorso.
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